Per aspera ad astra: l’importanza dei fallimenti nella scienza (ma non solo)

Nicolás Espinosa / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

Come scienziati siamo abituati all’idea del fallimento.

Gli esperimenti che non funzionano sono più di quelli che vanno esattamente come previsto, i papers che subiscono revisioni e correzioni sono enormemente più numerosi di quelli che vengono pubblicati al primo tentativo senza nessuna modifica, le richieste di finanziamento respinte superano quelle concesse. La mole di lavoro e il tempo necessari per iniziare a vederne i risultati possono essere talvolta sconfortanti.

Tuttavia di fallimenti si parla poco. Eppure i fallimenti, le sconfitte e le delusioni in senso lato sono il nostro pane quotidiano, fanno parte della vita del ricercatore, sono anch’essi, se vogliamo, quei tentativi ed errori alla base del metodo scientifico.

Siamo più propensi a celebrare le vittorie che a riconoscere le sconfitte. Presentiamo solo i risultati positivi e le ipotesi confermate, quasi mai quelle smentite.*

Recentemente sono stata invitata a partecipare come relatrice ad una giornata formativa per ragazze interessate a intraprendere studi scientifici. L’evento, STEMinist,  è stato organizzato da una dottoranda della Queen Mary University of London (che potete trovare su Twitter come @Sciencythoughts) e patrocinato dal Centre for Public Engagement della stessa università, con lo scopo di fornire esempi di donne che ricoprono diversi ruoli in ambito scientifico a ragazze arrivate in UK come rifugiate, condividere con loro le nostre storie e dimostrare che, indipendentemente dalla nostra (variegata) provenienza sociale, tutte siamo riuscite a raggiungere i nostri obiettivi.

Il mio intervento era il primo in programma; l’organizzatrice mi aveva chiesto di parlare della mie esperienze nei diversi paesi europei in cui ho studiato e lavorato, e di dare un’idea del mio ambito di ricerca, ma non avevo idea di come sarebbero stati gli altri interventi, e a dire il vero temevo di dire qualcosa di banale.

Ma mentre preparavo la presentazione ripercorrendo questi ultimi 15 anni (!) ho finalmente avuto una visione di insieme del mio percorso: mi sono resa conto per la prima volta degli obiettivi raggiunti, delle difficoltà superate, delle soddisfazioni e delle delusioni. Insomma, mi sono resa conto di come le sconfitte che ho collezionato via via mi abbiano portato in giro per il mondo fino a farmi atterrare a Londra!

Se avessi ottenuto una borsa di dottorato subito dopo la Laurea non avrei mai frequentato il Centro Nacional de Biotecnologia di Madrid con il progetto Leonardo Da Vinci; se avessi avuto la possibilità di restare a Madrid non avrei partecipato a quel congresso a Seul in cui mi sono confrontata a tu per tu con scienziati illustri. Se non avessi rinunciato a quel primo lavoro che non mi soddisfaceva, non avrei mai costruito la rete di contatti che ho adesso e che ha fatto sì che mi venisse offerto un contratto a Londra.

Il messaggio che ho voluto trasmettere a il nostro giovane pubblico è stato di credere sempre nelle seconde possibilità e di non paragonare mai il proprio percorso a quello degli altri, ma soprattutto di considerare che da ogni esperienza, positiva o negativa che sia, possiamo imparare qualcosa.

Dopo di me è stato il turno di altre scienziate, ognuna in una tappa diversa della propria carriera scientifica, e mi ha piacevolmente colpito il fatto che ognuna di noi abbia parlato dei propri fallimenti e delusioni come passaggi fondamentali per raggiungere i nostri obiettivi.

Tutte le relatrici hanno raccontato di essersi trovate in un momento o in un altro davanti ad un bivio e di aver avuto dei dubbi sulla strada da intraprendere; molte di noi hanno avuto un inizio di carriera deludente con un lavoro che non è risultato come ci aspettavamo o con un’opportunità sfumata; qualcuna ha parlato di aver affrontato ansia e depressione, altre delle difficoltà di iniziare un dottorato avendo una famiglia da gestire, quasi tutte siamo state le prime nelle nostre rispettive famiglie a intraprendere una carriera accademica con tutti gli svantaggi che questa situazione può comportare.

Allora forse non sarebbe il caso di normalizzare i fallimenti? Di educare all’insuccesso e a imparare da esso invece di nasconderlo come un’onta?

Sul tema sono stati pubblicati libri (Failure: Why Science Is So Successful, di Stuart Firestein), a Modena è stata fondata una vera e propria scuola di fallimento dedicata a giovani imprenditori, studenti e disoccupati (www.scuoladifallimento.com), e addirittura recentemente è stato sviluppato un modello matematico che descrive con un’equazione quali tentativi infruttuosi porteranno a futuri risultati positivi.

E c’è anche chi, come Brian W. Jones della Univeristy of Utah, e Johannes Haushofer, professore a Princeton, hanno reso pubblica una cronologia dei propri fallimenti.

Al di là delle teorie e delle equazioni, voglio condividere con voi tre messaggi importantissimi che sono emersi più volte nel corso di STEMinist, e che forse possono aiutarci dal punto di vista pratico a considerare successi e fallimenti nella giusta prospettiva:

  • Non esiste un’unica strada verso il successo: ognuno di noi segue il proprio personalissimo percorso.
  • Tutte le esperienze sono formative: ogni cosa che facciamo ci avvicina alla meta, anche se spesso non ce ne accorgiamo.
  • Dobbiamo imparare a conoscerci ed essere fedeli a noi stessi: l’idea di successo da perseguire è diversa per ciascuno di noi, e in fin dei conti le uniche aspettative da soddisfare sono le nostre.

Buon insuccesso a tutti e ad maiora!

*(N.B. A mio modesto parere, se comunicare i risultati negativi fosse prassi nella comunicazione scientifica, forse non ci troveremmo in situazioni come quella attuale in cui il pubblico esige che gli scienziati trovino immediatamente una cura per una malattia appena scoperta, o peggio ancora non ci sentiremmo dire che la cura per il cancro esiste ma viene tenuta nascosta.)

Bibliografia

Failure: Why Science Is So Successful, Stuart Firestein, Oxford University Press, 2015

A celebration of failure, Loscalzo J., Circulation 2014, http://doi.org/10.1161/CIRCULATIONAHA.114.009220

Quantifying the dynamics of failure across science, startups and security, Yin Y. et al., Nature 2019, https://doi.org/10.1038/s41586-019-1725-y

Scientific progress is built on failure, Parkes E., Nature career 2019 http://doi.org/10.1038/d41586-019-00107-y

Curriculum vitae dei fallimenti, Johannes Haushofer https://www.princeton.edu/~joha/Johannes_Haushofer_CV_of_Failures.pdf

Cronologia delle richieste di finanziamento vinte e di quelle respinte, Bryan W. Jones https://twitter.com/BWJones/status/1143616543470710784

Leave a comment

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Design a site like this with WordPress.com
Get started