Il virus dell’epatite C (HCV) fu scoperto negli anni ’80 grazie a studi condotti da Harvey J. Alter, Michael Houghton e Charles M. Rice, a cui è stato conferito congiuntamente il Premio Nobel per la Medicina e Fisiologia nel 2020.
Prima della sua identificazione, erano noti altri due virus capaci di infettare il fegato, chiamati virus dell’epatite A e B (HAV, HBV), ma moltissimi casi di malattie del fegato con caratteristiche simili non erano ascrivibili a nessuno dei due, non avevano una causa certa, e venivano per questo definiti “non-A non-B”.
Secondo dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, 71 milioni di persone nel mondo sono attualmente affette da un’infezione cronica da HCV, con una maggiore prevalenza in Europa e Medio Oriente. Nel solo anno 2015 ci sono stati 1.75 milioni di nuove infezioni, e nel 2016 sono state registrate 399.000 morti dovute alle conseguenze di questa infezione. Poiché la via di trasmissione è simile per HCV, HBV e HIV, la co-infezione da parte di combinazioni di questi virus è abbastanza diffusa.
HCV è un virus a RNA della famiglia dei Flaviviridae; ne esistono 8 genotipi differenti tra loro per il 30% della sequenza, e che possono influenzare sia la gravità della patologia che la risposta al trattamento. Il genoma virale codifica per 10 proteine, molte delle quali contribuiscono all’evasione del virus dal controllo del sistema immunitario. Il virus dell’epatite C infetta unicamente l’uomo e lo scimpanzé e si riproduce molto velocemente: dopo pochi giorni dall’inizio dell’infezione si possono rilevare fino a 1 milione di particelle virali per ml di sangue (considerando che un individuo adulto ha circa 6 litri di sangue, ciò corrisponde a un totale di 6 miliardi di particelle virali).
Questo virus si trasmette tramite contatto con sangue contaminato (anche piccolissime quantità) e infetta il fegato causando un’infezione acuta o cronica. La cronicità è dovuta alla capacità del virus di passare inosservato per molto tempo senza causare sintomi, e di sfuggire alle difese immunitarie sia accumulando mutazioni in punti strategici, sia inibendo l’attività di alcune cellule del sistema immunitario.
Una delle strategie del virus per sfuggire alla risposta immunitaria consiste nel mutare frequentemente le proteine più esposte sulla sua superficie (E1 e E2), rendendole così difficilmente riconoscibili da parte degli anticorpi. Inoltre il virus produce grandissime quantità di particelle subvirali, immensamente più numerose delle particelle virali vere e proprie, costituite dal solo involucro esterno ma prive del genoma e incapaci di replicarsi che fungono da esca per gli anticorpi. Anche per questo motivo, nonostante HCV sia noto da oltre 30 anni, non è ancora stato possibile sviluppare un vaccino preventivo efficace.
Solo il 30% delle persone con un’infezione acuta da HCV manifestano sintomi (malessere, dolore addominale, colorazione scura delle urine, edema degli arti inferiori, itterizia – colorazione gialla di pelle, mucose e occhi). Durante le prime settimane dell’infezione i linfociti T vengono reclutati nel fegato, dove uccidono le cellule infettate e producono una sostanza chiamata Interferone gamma che inibisce la replicazione del virus, riuscendo nel 30% dei casi a mettere fine all’infezione. In questa fase, il 90% dei pazienti con una diagnosi di epatite C può essere curato con un trattamento a base di Interferone alfa.
La pericolosità di questo virus sta nella capacità di non causare sintomi nel 70% dei casi: l’infezione non viene diagnosticata e progredisce diventando cronica. Solitamente, se l’infezione cronicizza, l’organismo perde la capacità di eliminare il virus spontaneamente nonostante continui a produrre interferone gamma; in questa fase anche il trattamento con interferone alfa diventa inefficace. Il virus continua a replicarsi sfuggendo all’azione del sistema immunitario. Sia la replicazione del virus che l’attivazione del sistema immunitario, contribuiscono all’infiammazione del fegato e alla patologia associata. Come nel caso del virus dell’epatite B, un’infezione cronica di questo tipo danneggia gravemente il fegato, causando nel tempo cirrosi e epatocarcinoma (cancro al fegato).
Oltre a caratteristiche proprie del virus, anche variazioni specifiche in alcuni geni del sistema immunitario umano possono rendere un individuo più o meno suscettibile a sviluppare un’infezione cronica e a rispondere alle cure.
Recentemente è stata messa a punto una terapia antivirale basata sui cosiddetti DAA, direct-acting antivirals, che risulta efficace nel 95% dei casi e su tutti i genotipi virali; l’accesso alla cura non è però ampiamente diffuso, sia a causa dei costi elevati, sia perché in molti casi l’infezione non viene diagnosticata.
Purtroppo non esiste un vaccino capace di prevenire l’infezione da parte di HCV; ciò è dovuto all’ampia variabilità genetica del virus (8 genotipi e 90 subtipi), ma anche all’assenza di modelli animali che facilitino lo studio del virus e la sperimentazione di vaccini e trattamenti.
Gli unici strumenti a nostra disposizione per prevenire la diffusione di questo virus sono lo screening dei donatori di sangue, la corretta manipolazione e smaltimento di materiale per iniezioni, tatuaggi, piercing a agopuntura, e l’evitare il contatto con quantità anche minime di sangue.
Immagine: ”Hepatitis C.jpg” da http://www.scientificanimations.com con licenza CC BY-SA 4.0.
Bibliografia
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World Health Organisation https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/hepatitis-c
European Centre for Disease Prevention and Control https://www.ecdc.europa.eu/en/hepatitis-c/facts
The hunt for a vaccine for hepatitis C virus continues, Editorial of The Lancet Hepatology and Gastroenterology 2021, https://doi.org/10.1016/S2468-1253(21)00073-X
Innate immunity and HCV, M.H. Heim, Journal of Hepatology 2013, https://doi.org/10.1016/j.jhep.2012.10.005
Hepatitis C Virus Infection: Host–Virus Interaction and Mechanisms of Viral Persistence, D.I. Chigbu et al, Cells 2019, https://doi.org/10.3390/cells8040376
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