Sono stata a Londra qualche giorno fa: un fine settimana lungo per ritrovare gli amici, passeggiare tra luoghi familiari e scoprirne di nuovi.
Continua a stupirmi come Londra mi faccia sentire a casa nonostante sia una metropoli, e nonostante ci abbia vissuto solo per poco più di due anni.
Certo, non due anni qualsiasi.
Mi trasferii a Londra nel settembre del 2019, pochi mesi prima che le nostre vite venissero stravolte. Appena il tempo di adattarmi alla nuova città e al nuovo lavoro. Ero a Londra quando venni a sapere di un nuovo virus emergente in Cina, quando furono individuati i primi preoccupanti casi in Europa e quando l’OMS dichiarò la pandemia. Ero a Londra quando iniziai a scrivere su questo blog, e quando, come molti altri scienziati, reindirizzai il mio lavoro per cercare di posizionare qualche tassello di questo immenso puzzle scientifico, ancora oggi incompleto.
La pandemia è il maggior trauma collettivo che abbia vissuto nella mia vita adulta. Mi sono ritrovata da sola in un paese straniero, da dove guardavo con incredulità le notizie che arrivavano dall’Italia, il primo paese europeo colpito così ferocemente dalla pandemia – il mio paese, al quale però non potevo tornare.
Nonostante ciò, custodisco con tenerezza i ricordi della mia vita a Londra.
È merito delle persone che avuto al mio fianco durante quei due anni (sono stata ospite di alcune di loro durante la mia ultima visita) che non mi hanno mai fatto sentire sola. Qualcuno mi ha detto che non sentiamo nostalgia dei posti, bensì dei tempi. Ovviamente non sento la nostalgia della paura, dell’incertezza e dell’angoscia che abbiamo provato nel 2020, ma sono stati senza dubbio tempi di intense emozioni condivise da tutti noi, che in qualche modo ci hanno unito.
Sarà impossibile dimenticare quei tempi e quelle sensazioni, e Londra avrà sempre un posto speciale nel mio cuore.
Foto di Carla Usai. The National COVID Memorial, St Thomas Hospital, London (UK).