Memory Speaks di Julie Sedivy

Ho da poco terminato di leggere “Memory speaks. On losing and reclaiming language and self” di Julie Sedivy, un saggio sul multilinguismo ricamato sull’esperienza personale dell’autrice, nata in Repubblica Ceca ed emigrata in Canada da bambina.

La Sedivy riassume tutto ciò che si sa sul funzionamento del cervello delle persone poliglotte (che lo siano sempre state o che abbiano acquisito una seconda o terza lingua in varie fasi della vita), spiega come alcune lingue prevalgano su altre in base all’utilizzo che se ne fa, e fornisce esempi di strategie in uso per conservare lingue in via d’estinzione.

Io stessa sono multilingue: di madrelingua italiana parlo con naturalità il castigliano (imparato a 25 anni grazie a un’immersione linguistica quasi assoluta di sei mesi a Madrid) e fluidamente l’inglese (imparato a scuola e perfezionato a Londra). Nella mia famiglia si parlano anche il sardo e il gallurese – che conosco perfettamente ma non uso – ho studiato un po’ di francese, tedesco e basco, e ora sento parlare quotidianamente il catalano – che comprendo parzialmente.

Per questo ho letto questo saggio avidamente, riconoscendomi in molte delle situazioni descritte, e fermandomi a riflettere sull’uso che faccio e sul legame personale che sento nei confronti di ciascuna delle lingue a cui sono stata esposta nel corso della mia vita.

Il libro è suddiviso in capitoli dai titoli emblematici che analizzano vari aspetti dell’apprendimento e della perdita di una lingua basandosi su studi scientifici nel campo della linguistica, psicologia e neuroscienze:

Death – Dream – Duality – Conflict – Revival – Home

Nel primo capitolo l’autrice cita la linguista Salikoko Mufwene, che paragona l’evoluzione delle lingue alla diffusione di un virus. Un virus non può vivere senza un ospite in cui moltiplicarsi, e si diffonde grazie alle interazioni che l’ospite ha con altri individui. La sopravvivenza e diffusione delle lingue dipende dalle persone che le parlano e dalle loro interazioni, proprio come i virus. Nel caso delle lingue però, non basta che due persone stiano vicine o in contatto: è necessario uno scambio costante nelle due direzioni e che possibilmente coinvolga molte più persone.

Ho trovato particolarmente interessante il capitolo “Dreams” che inizia con la frase “Success speaks English”. Io stessa uso l’inglese come lingua principale nella mia professione: è la lingua franca usata dagli scienziati per comunicare i risultati dei propri studi e ho sempre sostenuto che parlare bene l’inglese sia fondamentale per essere uno scienziato di successo.

In “Duality” vengono descritti esperimenti in cui persone bilingue reagivano in maniera diversa alla stessa situazione quando questa veniva descritta in lingue diverse, come se le lingue avessero il potere di plasmare la realtà e la nostra personalità (una sensazione più che familiare).

E il capitolo “Conflict” fa riflettere su quanto le lingue, spesso usate per indicare e rivendicare l’appartenenza a un gruppo, possano allo stesso tempo costituire una barriera: se parli la nostra lingua sei dei nostri, se non la parli non appartieni a questa comunità.

Sono tante le risposte che ho trovato in questo libro e tanti gli spunti di riflessione: esistono lingue più importanti di altre? un concetto può variare a seconda della lingua in cui viene espresso? È un bene o un male che lingue diverse si influenzino tra loro? Siamo ancora in tempo per salvare le lingue che stanno scomparendo?

Una lettura fortemente consigliata a tutte le persone multilingue per capire meglio stesse, e a tutte le persone monolingue per capire meglio il mondo.

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